martedì 30 novembre 2010

CIAO MARIO

Avevi ragione Mario:



Grazie anche per queste tue parole.

mercoledì 17 novembre 2010

UNA MIA LETTERA

Analizzando la Storia, sembra paradossale ritrovarsi ancora qui a ribadire quanto sia necessaria, per poter incidere nelle scelte politiche, l’unità delle forze comuniste. Ho sempre creduto che l’essere di sinistra volesse dire unire più che dividere; che , stante quell’ideale di Giustizia la cui ricerca oltre ad essere fondamentale per un mondo migliore dovrebbe essere motore del nostro agire, fosse necessario, pur con differenti metodi, trovare una unità di azione. Con la globalizzazione capitalista, e il conseguente spostamento di potere ad organismi sovranazionali oggi in grado di controllare politiche di interi Stati, questa necessità di unione trova una ulteriore, e direi decisiva, legittimità. Credo sia esecrabile continuare a pensare, visto le imponenti forze avversarie, di poter perseverare nell’illudersi che la soluzione stia nel fondare il proprio partito dei casti e puri, di ottusi postulatori di una propria insindacabile verità. Questo serve solo a loro: come possono temere tante formichine sbraitanti senza un minimo di organizzazione? Come può una organizzazione allo Stato infantile, dove tutti in modo puerile si fanno promotori di un cambiamento epocale, mettere in discussione sistemi forgiati da una classe che dispone di mezzi finanziari e di propaganda mai visti nella Storia? Senza contare che il Partito Comunista nasce come partito di massa, e che dovrebbe quindi fare delle masse l’ humus culturale del proprio agire. In questo contesto la parola “ compagno”, che nel carattere semantico esclude la competizione, appare come una parola vuota: tutti con la propria verità, con la propria voglia di leaderismo, di apparire gli unici possibili fautori di un cambiamento al quale stolidamente, agendo in questo modo, ci si allontana. Penso alla parola “compagno”. “Compagno”, condividere il pane, o anche condividere il percorso con il quale ci si riesce a procurare quel pane da mangiare ( l’obiettivo collettivo) . “Compagno”, nella concezione gramsciana intellettuale organico che attraverso la reciproca crescita culturale cerca di creare una egemonia utile ad appropriarsi del consenso popolare. Dove è oggi tutto questo? Essere comunista credo voglia dire vivacità intellettuale, la stessa che porta a metterti sempre in gioco e cambiare, nel caso si sbagli, opinione; insomma una continua ricerca della verità in una realtà in divenire. Non dovrebbe esserci spazio per l’individualismo o per la competizione in chi si definisce comunista, ma solo terreno fertile per un sano confronto democratico visto l’ unità di intenti. Perché in fondo questi sono simili: no alla guerra, e no ad un’economia che mette al centro l’azienda e il mercato pur con tutte le devastazioni ambientali e l’impoverimento civile e culturale che questo crea. Solo ricompattando noi stessi, potremmo ambire seriamente ad un qualche peso politico, e sperare di spostare a sinistra il Partito Democratico. Non è facile, sarà un lungo cammino nel quale non mancheranno momenti di scoramento, ma cercare alleanze adesso con chi ha un maggiore consenso popolare, vuol dire rischiare solo di ripetere gli stessi errori della Storia recente. Sarebbe l’ennesima ingenuità poiché, è empiricamente dimostrato, che anche una condivisione di programma non garantisce dalla controparte ( forti di maggior peso politico) il rispetto di quest’ultimo. E noi, visto il prezzo pagato come conseguenza dell’ultima esperienza di governo, non possiamo più permetterci incoerenze: sarebbe ingenuo e autodistruttivo.
Certo è un lavoro lungo, ma credo sia necessario ripartire dalle lotte quotidiane come la nostra contrarietà al nucleare o alla privatizzazione dell’acqua, per costruire quel progetto di lungo termine anticapitalista nel quale ci identifichiamo.
In tutto questo ricordiamoci sempre che, tante formiche sbraitanti senza una unità e conseguente organizzazione, fanno solo un gran rumore.