domenica 27 febbraio 2011

VERSIONE UFFICIALE CHE SARA' PUBBLICATA.

Federalismo
Leggiamo dal dizionario, che Federalismo significa “unirsi con patto” cioè stare insieme sancito da regole condivise. Ma il cosiddetto federalismo fiscale che il governo Berlusconi, spinto da uno dei suoi principali alleati - la Lega nord – cerca di realizzare, non sembra proprio andare verso quell’intenzione.
Il partito di Bossi ha sempre dichiarato di voler separare il nord Italia, secondo lui ricco e industriale, dal sud, parassitario e povero, e per far questo ora cerca di arrivare ad un’autonomia finanziaria regionale e comunale (federalismo fiscale).
Il problema però è più complicato, perché non si capisce quanta autonomia reale possano avere le amministrazioni locali, in quanto da una parte potranno aumentare le tasse ma dall’altra saranno ancora maggiormente ridotti i finanziamenti del governo centrale verso regioni e comuni.
Questa drastica riduzione di fondi, non dimentichiamolo, sta già adesso obbligando le amministrazioni locali a vendere i propri beni (che sono di tutto il popolo) per poter vivere.
Quindi, si continuerà a privatizzare indirettamente i beni pubblici (anche quelli demaniali), come spesso accade a prezzi sottostimati, per cercare di trovare quei fondi che lo stato liberista più non eroga.
Inoltre, visto che le tasse statali non saranno certo abolite, molto probabilmente si arriverà ad un aumento delle tasse (statali, regionali, comunali) per far fronte alle spese di amministrazione.
Ci si permetta anche una forse maliziosa domanda: come faranno poi, nell’Italia campione del mondo dell’evasione e dell’elusione fiscale questi poveri enti locali, relativamente o veramente piccoli (regioni e comuni) ad imporre il pagamento di tasse e imposte a potenti enti economici privati con interessi sovranazionali che magari hanno sede nei loro territori, visto che tale ingrato e faticoso compito non riesce nemmeno allo stato sovrano italiano?
Per la Lega, avendo sostanzialmente poggiato l’azione politica su questo obiettivo, la questione del federalismo è cruciale per la tenuta del proprio elettorato. Di conseguenza si vede un governo che, cercando di accontentare tutti, si barcamena in una riforma che finisce per non accontentare nessuno. Se analizziamo la questione globale, la situazione è drammatica: crisi economica tutt’altro che passata, alla quale si aggiungono crisi energetica , alimentare ed ambientale. In questo contesto, dove possiamo asserire con assoluta tranquillità che l’epoca delle vacche grasse è finita ( è impensabile continuare con un sistema fondato sull’accumulo di debiti ) ci viene capziosamente detto che la questione del federalismo è cruciale per una qualche improbabile ripresa economica. Se da un lato siamo certo d’accordo sulla necessità di preservare le nostre radici culturali, dall’altro dobbiamo confrontarci con un sistema globalizzante che fa proprio di queste caratteristiche parole vuote. Infatti la globalizzazione capitalista, con il suo pensiero unico, sta distruggendo tradizioni locali millenarie tutte sacrificate sull’altare del consumismo e di quelle mode che ci vengono imposte, subdolamente e non, dall’alto. Ciò che Marx chiamava genocidio culturale. Pur condividendo questa necessità quindi, non possiamo permetterci che ciò diventi motivo di scontro e competizione tra le diverse parti del Paese, perché questo si tramuterebbe in impoverimento per tutti. Inoltre non si capisce perché, continuano a dirci che per essere competitivi servono le grandi aziende, per poi avere come obiettivo la frammentazione economica nazionale. E non si comprende cosa significhi quel “padroni in casa nostra”, quando non possedendo come Stato nemmeno la moneta circolante – di proprietà di enti non democratici perché i consigli direttivi non sono eletti dai popoli - siamo vincolati nella spesa pubblica. A nostro parere quindi, tenendo conto dell’alto debito pubblico di alcune realtà locali ( anche grazie a qualche azzardo finanziario tipo i derivati, che poi si tramutano costantemente in perdite), questa misura sembra fallace nel senso che porterebbe molti comuni sul lastrico, costringendoli ad ulteriori svendite di beni pubblici e quindi a perdite per la collettività, con grandi gruppi finanziari nazionali ed internazionali che farebbero sottobanco spesa di basso costo. E dove sarebbe la sovranità in tutto questo? Solo in un contesto di sovranità monetaria, cioè nel quale lo stato potesse gestire il proprio debito pubblico, sarebbe auspicabile un federalismo realmente utile a preservare le differenti realtà locali. Tutto il resto vuol dire strumentalizzare le differenze, utile solo nell’immediato a racimolare qualche manciata di voti. E tutti noi stiamo vedendo dove questo ci sta portando.

Gazoldo a Sinistra

sabato 26 febbraio 2011

Una mia considerazione sul federalismo che dovrebbe essere pubblicata su un mensile locale.

Per la Lega, avendo sostanzialmente poggiato l’azione politica su questo obiettivo, la questione del federalismo è cruciale per la tenuta del proprio elettorato. Di conseguenza si vede un governo che, cercando di accontentare tutti, si barcamena in una riforma che finisce per non accontentare nessuno. Se analizziamo la questione globale, la situazione è drammatica: crisi economica tutt’altro che passata, alla quale si aggiungono crisi energetica , alimentare ed ambientale. In questo contesto, dove possiamo asserire con assoluta tranquillità che l’epoca delle vacche grasse è finita ( è impensabile continuare con un sistema fondato sull’accumulo di debiti ) ci viene capziosamente detto che la questione del federalismo è cruciale per una qualche improbabile ripresa economica. Se da un lato siamo tutti d’accordo sulla necessità di preservare le nostre radici culturali, dall’altro dobbiamo confrontarci con un sistema globalizzante che fa proprio di queste caratteristiche parole vuote. Infatti la globalizzazione capitalista, con il pensiero unico mercantilista, sta distruggendo tradizioni locali millenarie tutte sacrificate sull’altare del consumismo e di quelle mode che ci vengono imposte, subdolamente e non, dall’alto. Ciò che Marx chiamava genocidio culturale. Pur riconoscendo questa necessità quindi, non possiamo permetterci che ciò diventi motivo di scontro e competizione tra le diverse parti del Paese, perché questo si tramuterebbe in impoverimento per tutti. E non si capisce il perché, continuano a dirci che per essere competitivi servono le grandi aziende, per poi avere come obiettivo la frammentazione nazionale. E non si comprende cosa significhi quel “padroni in casa nostra”, quando non possedendo come Stato nemmeno la moneta circolante – di proprietà di enti non democratici perché i consigli direttivi non sono eletti dai popoli - siamo vincolati nella spesa pubblica. A nostro parere quindi, tenendo conto dell’alto debito pubblico di alcune realtà locali ( anche grazie a qualche azzardo finanziario dai soldi facili tipo i derivati, che poi si tramutano costantemente in perdite), questa misura sembra fallace nel senso che porterebbe molti comuni sul lastrico, costringendoli ad ulteriori svendite di beni pubblici e quindi a perdite per la collettività, con grandi gruppi finanziari nazionali ed internazionali che farebbero sottobanco spesa di basso costo. E dove sarebbe la sovranità in tutto questo? Solo in un contesto di sovranità monetaria, cioè nel quale lo stato potesse gestire il proprio debito pubblico, sarebbe auspicabile un federalismo realmente utile a preservare le differenti realtà locali. Tutto il resto vuol dire arricchire il mercato e strumentalizzare le differenze, con paure da sonno della ragione, necessarie solo nell’immediato a racimolare qualche manciata di voti. E tutti noi stiamo vedendo dove questo ci sta portando.

mercoledì 23 febbraio 2011

E DOMANI

La lotta continua: domani riunione con la CGIL per cercare di far entrare il sindacato in azienda. Ma ormai dovremmo esserci: salvo inconvenienti è cosa quasi fatta. Per quanto possa essere moderata, sempre meglio che niente.
Un passo alla volta.



Che mondo di merda sono riusciti a creare, infarcendoci di illusioni.

sabato 19 febbraio 2011

SONO QUASI ORGOGLIOSO DI ME

Ieri mi sono ribellato, da solo, contro tutto e tutti, ma mi sono liberato di un peso grosso come un macigno. Al lavoro, per dignità, per non essere come quelle persone che per quieto vivere si allineano, che sono già fine della storia, annegati nell'oceano del leccaculismo e dell'opportunismo. Molto probabilmente lunedì o la settimana prossima, pagherò per questo, anche se ormai ho scelto la linea dello scontro frontale qualsiasi cosa succeda. Basta, anche se pellegrino del nulla, qualcuno deve pur fare qualcosa. E' difficile, sembra già scontato essere vittima sacrificale, pazienza!
Ma in tutto questo vi assicuro: il difficile è iniziare... è il dire basta, perchè ciò che si prova dopo è una soddisfazione che sale dalle viscere come urlò di libertà. Certo... per comodità o per quella umana paura, non conoscendo il futuro, che produce un possibile cambiamento si preferisce stare il più delle volte nel porto considerato sicuro. Ma questo oltre ad essere la fine dell'autostima, credo sia anche inutile perchè nella vita non esiste un porto assolutamente sicuro.
Non sò come finirà, ma quell'urlo di libertà provato ieri credo valga più di qualsiasi cosa. Perchè lo sviluppo economico senza diritti, è regressione; perchè non è la bella macchina a darci dignità, ma sempre e solo i diritti.

lunedì 14 febbraio 2011

AIUTATEMI A NON SOPRAVVIVERE

Devo assolutamente trovare un modo per uscire dalle quotidiane logiche di questo mercato, criminale. Questa stolida situazione è disperante: consumare la propria vita, rincorrendo l'illusione di un qualche futuro trionfale, che nella realtà ci sta rendendo degli zombi alla diperata ricerca di un angolo di sopravvivenza. Qui, diffidenti a impauriti verso tutto ciò che non è ritenuto sufficientemente familiare, siamo bombardati da modelli che inducono a consumare, con la falsa giustificazione che solo un aumento di consumi può generare occupazione. E così la nostra vita passa, l'unica opportunità che abbiamo di vivere, in una qualche contorsione per sentirsi all'altezza di una corsa che non prevede una minima parvenza di traguardo. Anzì, proprio il traguardo non serve: devi sentirti infelice, costantemente non all'altezza dei tempi, perchè solo così puoi cercare di rimediare consumando l'inutile. E le nostre vite passano in un ufficio, una fabbrica o un'officina, in lavori che anche il più idiota dei sindacalisti dovrebbe considerare, rispetto alla massa di produzione, sottopagato, per servire un'idea di progresso stupida quanto è stupido scavare una buca per poi ricoprirla. E il dramma, è sentire gli operai parlare come quegli economisti, che con i loro sermoni li tengono attaccati per l'intera vita lavorativa ad una macchina. Ma vivere per aspettare un lavoro decente o non precario, per aspettare il venerdì o un giorno di ferie, non è vivere ma sopravvivere. E forse per essere realisti, tutto questo più che progresso, dovremmo chiamarlo lotta per la sopravvivenza.
Aiutatemi a trovare un modo, per uscire da questa logica..

martedì 8 febbraio 2011

COME FARE

Da tempo mi interrogo, su come cambiare, sul cosa sia possibile fare per uscire dai tentacoli di questo sistema che ci impoverisce economicamente, umanamente e culturalmente. L'Italia è la settimana economia mondiale, fulcro dell'impero, perciò uno dei punti nevralgici: cambiare qui vuol dire infliggere un duro colpo alla situazione mondiale. Cade L'Italia, cade l'Europa e di conseguenza il castello di carta mondiale: per questo sono fermamente convinto che non permetteranno, nonostante l'alto debito pubblico, l'uscita italiana dai giochi internazionali.
In questi giorni assistiamo a rivoluzioni, manifestazioni di piazza, con il rischio che tutto questo pur cambiando le formalità ( e lo stiamo vedendo in Egitto, dove tutti chiedono una transizione ordinata, mettendo nei posti chiave uomini già prescelti dal potere), non cambi poi il sostanziale. E con la rivoluzione si muore, chi è disposto oggi a fare questo nelle società occidentali? Ma soprattutto, è possibile che non esistano metodi differenti? Nel feticismo della soggettività odierno, come qualcuno lo chiama, è possibile che non ci sia un qualcosa che possiamo realmente scegliere? Si...non farsi consumare dal consumismo, e non per la condizione di impoverimento, ma come scelta. Sono ormai convinto, e le mie scelte giornaliere vanno in questa direzione, che l'unica rivoluzione possibile per cambiare veramente, e senza spargimento di sangue, sia consumare meno. Perchè un sistema basato sul fagocitare compulsivamente qualunque cosa, lo si sconfigge solo con la sobrietà, creando un paradigma culturale diverso. Come scelta, e non come obbligo, facendo nostro questo detto: " Socrate andava al mercato, per capire quante cose non gli servissero." Ormai la repressione del dissenso è fortissima, andare in piazza per quanto continuerò a farlo, può voler dire prendere manganellate ( e chi era a Genova si ricorda). Ma chi può obbligarmi a consumare? Nessuno, tra gli scaffali di un supermercato, può coattivamente indurti a consumare. E questo significa uscire dai bisogni indotti, da quel martellamento mediatico per cui se non sei portatore di un determinato status simbol, ineluttabilmente cadi nel baratro degli esclusi; non ascoltare qualla vocina interiore, indotta, che ti porta nei momenti in cui senti maggiormente il vuoto esistenziale, a consumare per cercare di colmare quel vuoto. Lo so, non ho detto niente di nuovo molto probabilmente, ma è l'unico modo per cercare di mitigare la catastrofe che si presenta all'orizzonte. Il paese dei balocchi è finito, e il pensare di fare i ricchi con i debiti mettendo al centro come unico valore il possesso, sta portando alla rovina l'intera società economicamente ed umanamente. Cerchiamo almeno di non essere vittime ma coevo carnefici di noi stessi. Loro vincono, soprattutto perchè noi seguiamo i valori di riferemento che ci hanno imposto, come unici possibili.

domenica 6 febbraio 2011

DAVOS...TANTO PER SAPERE IN CHE MONDO VIVIAMO

Così... pubblico il link di questo articolo uscito su Peacereporter, tanto per conoscere chi ha il vero potere, grazie alla complicità politica, e in che mondo di merda e oligarchico viviamo.

Questo il link: http://it.peacereporter.net/articolo/26561/Murdoch+contro+l%27%E9lite+globale%3F

sabato 5 febbraio 2011

LA FIAT CON SEDE NEGLI USA?

Chiamparino: "Sede Fiat in Usa? Inaccettabile"

Sarebbe "inaccettabile", anche se l'azienda è "multinazionale", che "il quartier generale dell'Europa venisse cancellato". Lo afferma il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, allarmato dall'ipotesi prospettata dall'ad Fiat, Sergio Marchionne, di una fusione con Chrysler in "due-tre anni", magari spostando la sede della nuova entità negli Usa.

Fonte: Chiamparino: "Sede Fiat in Usa? Inaccettabile"

Se dovesse realizzarsi, ringrazio quei sindacati che hanno firmato, perchè con il loro "sì " hanno difeso i posti di lavoro, creando le condizioni perchè un'azienda investa sul suolo patrio.

Ma in fondo, se un'azienda non sfrutta gli operai alle migliori condizioni, non ritornando così all' '800, è giusto che in un regime di libero mercato si possa scegliere di delocalizzare dove vengono offerte migliori opportunità. Leggevo che in Brasile non tramonta mai il sole: gli operai lavorano a turni , 7 giorni su sette, compreso le notti. Questo è il progresso!!!!
Il nuovo progresso sta nell'avere potenziali scientifici e tecnologici mai avuti nella storia per poter stare meglio tutti, usati per sfruttare maggiormente i lavoratori, affamare popoli ( l'Africa negli anni sessanta era autosufficiente) e spostare ricchezze enormi a una sempre più ristretta oligarchia. Il tutto condito con una propaganda in favore della democrazia e libertà, vista come dominazione delle nazioni potenti sulle più deboli, e delle classi abbienti sui deboli all'interno delle diverse nazioni.
Ma questo è l'ineluttabile progresso...
Se penso alle parole di Kant, al suo pensiero illuminista datato 1700 ( 300 anni fa), inizio a piangere davvero. Disperazione. Resta solo la disperazione.

venerdì 4 febbraio 2011

QUESTO BLOG E' FAVOREVOLE

Visto l'immane spostamento di ricchezza dai ceti più bassi verso le oligarchie economiche, questo blog è favorevole all'introduzione della tassa patrimoniale, come ad un aumento della tassazione sulla rendita finanziaria. E non mi si venga a dire che la tassa patrimoniale colpisce tutti, anche i piccoli risparmiatori, perchè basta porre il limite sotto il quale questa tassa è inapplicabile. Ad esempio: sopra i 250 mila euro di patrimonio, naturalmente con una tassazione adeguata al differente grado di ricchezza. E per me 250 mila euro, sono già una cifra onirica. Sfido qualunque lavoratore dipendente di questo Paese, seppur sognatori e obnubilati da chimere economiche,ad avere un patrimonio di questo livello. Perciò, tutti coloro che asseriscono un eventuale impoverimento dei ceti bassi, fingono.
Così, come sono favorevole all'aumento della tassazione finanziaria, almeno fino ad un 30 %.
Anzi, penso che questa redistribuzione, sia solo l'inizio per uscire da una crisi che altrimenti non farà altro che aumentare le disuguaglianze.
Almeno che, seppur precario, disoccupato o lavoratore dipendente, chiunque pensa di poter avere un giorno un patrimonio di questa cifra da difendere. E nel paese dei balocchi come il nostro, anche questo è possibile.

Nel caso, ho già trovato il posto dove fuggire, questo :
Isole Pitcairn - Wikipedia

martedì 1 febbraio 2011

LETTERA AL SIGNOR VELTRONI

Signor Veltroni, le do del lei per il rispetto che si deve ad una persona che non si conosce, ho letto la sua lettera di qualche giorno fa. Lei parla di risveglio democratico del Paese, di gente che dovrebbe scendere in piazza, nella piazza del proprio comune, per ribadire l'esistenza di un' Italia democratica che non si arrende. Certo, un' Italia diversa c'è, sicuramente. E' anche quell'Italia che grazie alla vocazione maggioritaria di un partito allo sfascio, è rimasta fuori dal Parlamento italiano. E' quell'Italia, che ora sente parlare di democrazia, un gruppo dirigente che ha avallato una soglia di sbarramento per poter entrare nelle istituzioni, la quale è l'antitesi della democrazia quando chiunque, in un sistema sano, avrebbe diritto ad essere rappresentato.
Ma c'era la questione del voto utile, il sistema bipolare, una vocazione maggioritaria che ha solo distrutto il centro sinistra ( più centro che sinistra), dando la maggioranza al centro destra e all'astensionismo. Non male come tattica per tirarsi la zappa sui piedi. Il voto utile e il bipolarismo dicevo, con il desiderio di imitare il sistema americano, in una falsa dicotomia utile solo a mantenere l'involucro della partecipazione democratica. Perchè a fronte di un qualche cambiamento estetico, anche se importante, il recinto è sempre lo stesso: un sistema economico liberista intoccabile. E allora arriviamo al paradosso, che un operaio debba sentirsi dire da chi l'operaio non farà mai, che per lavorare bisogna rinunciare ai diritti e alla dignità. Certo dimentico... si parla di risveglio democratico, ma c'è la globalizzazione, quella ineluttabile forza trascendente il potere di chiunque organizzazione statale. Siamo in presenza di un qualcosa fuori dal controllo umano: l'uomo ha creato un Dio. E' incredibile cosa possa fare il progresso?!
Se come lei dice la democrazia è importante, perchè privatizzare settori economici anche strategici, togliendoli dal controllo politico e quindi democratico? Perchè dovrei scendere in piazza a fianco di chi, retoricamente, mi parla di democrazia e poi favorisce attraverso il processo economico le oligarchie? Certo, c'è il debito pubblico ma mi chiedo perchè uno Stato debba essere indebitato con privati o banche private. Se uno Stato ha debiti con privati, vuol dire che non è più sovrano, perchè qualcuno può condizionarne la politica.
Può un drappello di uomini allora essere più potente di milioni di persone? E qui siamo al paradosso: non è più lo Stato ad espropriare il privato nel caso non venga rispettato l'interesse sociale, ma è il privato a privatizzare lo Stato contro l'interesse generale. Strano modo di rispettare la Costituzione.
Si signor Veltroni, un'Italia diversa c'è, ed era quella parte , ormai disillusa, che chiedeva al suo partito una reale alternativa allo sfacelo umano e culturale dato dal liberismo sfrenato. E' quella parte d'Italia, che chiedeva di non devastare un territorio, bellissimo, per opere inutili in nome di uno sviluppo insostenibile. Ed era quella parte d'Italia a Genova, che diceva no ad una globalizzazione unicamente del libero mercato in favore di una globalizzazione non solo economica, ma anche dei diritti e degli scambi culturali.
Una Italia diversa c'è, peccato faccia sempre più fatica a credere nel suo partito.
E allora per favore smettetela di parlarci di riformismo, sviluppo e progresso, quando è ormai evidente che non necessariamente lo sviluppo economico è sinonimo di progresso.
Ci avete voluto automi, almeno ora abbiate la coerenza di lasciarci in pace.