martedì 18 gennaio 2011

COME UN PUGILE ALL'ANGOLO

Le ossa rotte, massacrate. Un pungile messo all'angolo che non riesce più non dico a schivare i colpi, ma che non è quasi nemmeno in grado di capire da dove quei colpi provengono. Gancio, montante...le forze iniziano a mancare. Le gambe sembrano cedere, la vista è sempre più offuscata dal sangue. Le guance gonfie, un labbro tagliato e ormai anche la dentiera è saltata. Messo all'angolo, i minuti passano: ti chiedi se forse non sarebbe meglio cadere e farsi contare il KO, ma ormai non hai più nemmeno la capacità di pensare. Troppi colpi, sempre più audaci e precisi, sembrano toglierti ogni speranza in un incedere dal quale pare impossibile fuggire. Guardi il tuo allenatore con la spugna in mano e sei combattutto: forse sarebbe meglio la lanciasse?! E nel frattempo i colpi non danno scampo. Uno zigomo è saltato. Il tuo allenatore ti guarda, non lancia la spugna, con il sangue che ormai è dappertutto. Cadi e sei in ginocchio, ma con uno scatto di reni ti rimetti in piedi. Forse i miracoli esistono! I colpi però sono sempre più forti e precisi: nel tuo cervello, non c'è più nemmeno la minima idea di una qualche reazione: troppa disparità di forze sul Ring. Ma non vuoi cadere, anche se continui a cercare l'allenatore come se riponessi in lui le ultime speranze di fuggire all'umiliazione. Certo... sarebbe meno umiliante se gettasse la spugna piuttosto che sentirsi contare il KO con la faccia sul pavimento. Ma lui niente: sempre impassibile a guardare la tua possibile fine. E i colpi continuano, violenti, sprezzanti di una qualsiasi umanità, disinteressati al tuo sangue e al tuo corpo ormai più simile ad una larva. Ora sai che l'allenatore non getterà la spugna e devi scegliere: tentare di reagire ai colpi, o subirli fino alla fine sapendo che potrebbe gettare quella maledetta spugna solo dopo il KO. E allora oltre alla sconfitta, ci sarebbe anche l'umiliazione di vedersi con la faccia sul pavimento, senza nemmeno aver provato fino alla fine a vincere.

Metaforicamente l'allenatore è la vita, il gettare la spugna la morte, e i colpi tutta la merda che giornalmente siamo costretti a subire e vedere. Non sappiamo, o non possiamo scegliere, quando la vita finirà: ma possiamo scegliere se viverla con dignità fino alla fine. Sino a quando quella spugna non verrà gettata, ne pagheremo le conseguenze. Tanto vale reagire e, se proprio devo subire e perdere, cadere con la faccia su quel pavimento con onore. Perchè nonostante una possibile sconfitta, anche nel perdere c'è differenza.

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